|

12/10/2011
Occupare una casa cancella un diritto
Nel prendere atto dell’articolo “Le case popolari e
quell’impossibile affare di Stato” pubblicato oggi dal “Corriere della
Sera” a firma Sergio Rizzo – che ha il merito di fare chiarezza sul
valore del patrimonio gestito e sugli esiti dei piani di vendita messi
in atto negli ultimi venti anni – ci preme precisare alcuni aspetti
relativi alla questione “occupazioni abusive” degli alloggi gestiti
dagli ex IACP allo scopo specificare e contestualizzare definizioni e
cifre che altrimenti rischiano di essere fraintese e quindi
superficialmente interpretate. E soprattutto per evidenziare quelle che
per Federcasa possono essere le azioni da mettere in atto per
contrastare e limitare un fenomeno che, nella sostanza, esclude dal
godimento di un’abitazione pubblica cittadini che hanno dimostrato di
averne ogni diritto.
L’abusivismo rappresenta – come sottolinea l’articolo del Corriere – una
piaga diffusa particolarmente nelle grandi città e nelle regioni del
Sud. Il fenomeno è connesso, da una parte, alla forte tensione abitativa
delle aree urbane che spinge molte persone a soluzioni estreme,
dall’altra, alla carenza di controlli capillari sul territorio ed alla
scarsa incisività delle azioni repressive. A tale proposito è
significativa la polemica, proprio di questi giorni, in corso a Milano
tra ALER e Comune circa la legittimità degli sgombri degli alloggi ALER
occupati abusivamente.
Inoltre il fenomeno delle occupazioni abusive è alimentato, in molte
Regioni, dall’abitudine di emanare periodicamente dei provvedimenti di
sanatoria, che generano negli occupanti illegali l’aspettativa di poter
essere prima o poi regolarizzati. In questo modo si alimentano anche
fenomeni malavitosi connessi con “cosche” che organizzano la “vendita”
degli alloggi lasciati liberi dagli occupanti o addirittura estromettono
dalla propria abitazione soggetti deboli come gli anziani ammalati o
soli.
Per quanto riguarda le cifre riportate dall’articolo (“21.126
appartamenti occupati da inquilini senza titolo”) come sempre la realtà
dei fenomeni è più complessa della sintesi a cui la stampa quotidiana è
per forza di cose costretta.
La definizione “inquilini senza titolo” raggruppa due categorie “senza
titolo per assenza originaria del titolo” e “senza titolo per assenza
sopravvenuta del titolo”. E per precisare la differenza prendiamo a
prestito quanto specificato dalla Corte dei Conti nella “Relazione sulla
gestione dell’edilizia residenziale pubblica”.
“La gravità del fenomeno può peraltro presentarsi con intensità
differenziate a seconda che esso si configuri in termini radicali,
consistenti in un’assenza originaria del titolo derivante da occupazioni
perpetrate in via di fatto o a seguito di illecita trasmissione del
possesso dell’alloggio da precedenti aventi titolo, oppure che si
configuri come conseguenza di vicende che possono venire ad esistenza
nel corso di un rapporto locativo (ad esempio, per l’inesistenza dei
presupposti per un subentro nella titolarità della locazione che
prosegue in via di fatto con un soggetto non avente titolo).”
Con “assenza originaria del titolo” risultano occupati circa 14 mila
alloggi (due terzi degli alloggi occupati), ovvero l’1,8 per cento degli
alloggi totali gestiti. Per arginare questo tipo di occupazioni è
necessario e auspicabile il ricorso a “Accordi locali di sicurezza”, fra
Comune, ente gestore e forze di Polizia che assicurino l’immediato
intervento della Forza pubblica in caso di sgombero forzato. A tale
proposito si rimanda alle iniziative intraprese da ALER Milano. Mentre
possono rappresentare un deterrente la presenza sul territorio di agenti
di controllo delle istituzioni: vigili di quartiere, agenti di zona
dell’ente gestore e portieri.
Le occupazioni riconducibili invece alla categoria “per assenza
sopravvenuta del titolo” interessano invece 7 mila alloggi, ovvero meno
dell’1 per cento del totale degli alloggi gestiti. Si tratta in sostanza
di utenti che hanno perso i requisiti soggettivi per aumenti di reddito
e mutazioni del nucleo familiare.
Gli assegnatari in decadenza per aver superato i limiti di reddito sono
già il ceto medio cui la nuova edilizia residenziale sociale riserva un
autonomo livello di protezione. In questi casi è sufficiente trasformare
l’attuale titolo di godimento dell’alloggio – riduzione delle garanzie
di stabilità e aumento del canone di locazione fino al livello di
mercato – per ricondurre questa sacca di privilegio ad un sistema
coerente e nel contempo finanziare gli interventi per coloro che dai
benefici sono tuttora esclusi, pur avendo dimostrato di averne ogni
diritto.
Corriere della Sera, “Le case popolari e quell’impossibile
affare di Stato”
Rassegna stampa. Sfratti a Milano. Ottobre 2011 |